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La rivoluzione di suor Giovanna

Suor Giovanna Contato è una «femminista» vera. La sua rivoluzione, mite e sorridente, l’ha fatta in oltre 40 anni di missione in Costa d’Avorio, dove ha aiutato centinaia di donne (ma anche bambini e uomini, naturalmente...) a trovare una migliore realizzazione umana

«Per captare i segnali di disagio della popolazione anche a cinquemila chilometri di distanza e provare a risolverli serve un’antenna speciale: noi ce l’abbiamo». Comincia così il racconto suor Giovanna Contato, originaria di Carate Brianza e da 43 anni “in prestito” alla Costa d’Avorio. Dopo la consacrazione nella congregazione delle Figlie della Croce, la laurea in infermieristica e qualche esperienza nelle parrocchie italiane, infatti suor Giovanna – che oggi ha 77 anni – nel 1977 è partita per il Paese africano stabilendosi nella regione settentrionale, quella più povera e svantaggiata, dove tuttora abita.

Nei primi anni di missione la religiosa ha seguito soprattutto progetti per la formazione delle donne nelle città di Sirasso e Kombolokoura; oggi invece suor Giovanna dirige l’Antenna Don Orione a Korhogo, una struttura che accoglie bambini con disabilità motoria e psichica. In città l’opera affianca il più celebre “Centro Giubileo San Camillo” destinato invece agli adulti, la cui fondazione nasce dalla collaborazione tra le Figlie della Croce e il carismatico leader laico Grégoire Ahongbonon che in passato ha raccontato la sua scelta di dedicarsi ai più poveri anche ai media italiani.

«L’Antenna – spiega invece con precisione tutta brianzola suor Contato, che ho incontrato durante una breve vacanza italiana – serve i villaggi fino alla frontiera con il Ciad, infatti i genitori sono disposti a percorrere chilometri e a trovare un tutore in città pur di far seguire i figli dal Centro, che non ha simili nella zona». Alle Figlie della Croce – il cui carisma invita a lanciarsi proprio in attività di formazione e cura – il Centro di Korhogo è stato dato in gestione dal vescovo nel 1994, dopo un periodo di collaborazione con i religiosi di don Orione che dirigono una struttura simile a Bonoua, 700 chilometri a sud: «Appena siamo subentrate – ricorda suor Giovanna – ci hanno chiesto se volevamo cambiare il nome; ma ormai tutti conoscevano il Centro con questa intitolazione e poi don Orione, durante la seconda guerra mondiale in Italia, è stato il primo a occuparsi delle persone con disabilità: in questo settore è dunque una figura simbolo».

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Per questa congregazione, fondata in Francia nel 1817 da santa Giovanna Elisabetta Bichier des Ages, è normale d’altronde non «rivendicare» troppo le proprie opere. Suor Giovanna stessa all’arrivo in Costa d’Avorio, dove la sua famiglia religiosa ha aperto un collegio per ragazze fin dalla metà degli anni Sessanta, ha lavorato nel dispensario di Sirasso come un’infermiera qualsiasi, stipendiata dallo Stato, anche se in quegli anni ha fatto parecchi «straordinari» insegnando puericultura alle donne e formando ostetriche tradizionali affinché potessero gestire da sole le situazioni critiche del parto.

Nonostante gli ottimi risultati ottenuti pure in quell’occasione, le Figlie della Croce si sono poi fatte da parte perché nel frattempo lo Stato aveva aperto scuole professionali per infermieri, fino ad allora inesistenti: «Ci hanno chiesto di continuare, ma abbiamo preferito lasciare spazio al personale ivoriano e ci siamo concentrate su altri progetti dove la nostra presenza poteva essere più essenziale». Come l’Antenna di Korhogo, appunto: qui sono accolti bambini con disabilità fisica e mentale, autistici, con sindrome di Down e sordomuti che sono seguiti innanzitutto dal punto di vista medico.

Concretamente, il servizio è organizzato così: le famiglie presentano il ragazzo e spiegano le problematiche ad Alphonse, il responsabile delle relazioni esterne, che li indirizza al giusto referente; Daniel ad esempio costruisce scarpe correttive per i piedi piatti, apparecchi ortopedici per le gambe storte, tutori e protesi su misura per chi ne ha bisogno; Gregoire invece insegna le arti marziali del taekwondo e lo yoga, mentre Thérese si occupa della fisioterapia, dei massaggi e della rieducazione funzionale. Una o due volte all’anno arriva al Centro un chirurgo che prescrive terapie, fa diagnosi e qualche operazione.

Il personale (che comprende anche una segretaria e un guardiano, per un totale di una decina di persone) è tutto ivoriano. «Esatto – annuisce suor Giovanna - gli unici “visi pallidi” siamo io e la mia consorella francese Emmanuelle, che è educatrice specializzata». Sì perché – oltre alla parte medica – il Centro don Orione si occupa di far studiare 47 ragazzi con disabilità: ognuno viene seguito secondo un piano personalizzato da maestri che conoscono il Braille e il linguaggio dei segni e che sono prestati alla struttura dal Ministero per la protezione del bambino. L’obiettivo finale è permettere a tutti i ragazzi di sostenere gli esami e ottenere così un diploma scolastico riconosciuto, visto che raramente i disabili in Costa d’Avorio hanno la possibilità di studiare.

«Recentemente però – aggiunge suor Giovanna – abbiamo attivato anche una collaborazione con il governo ivoriano e una ong locale per inserire alcuni di questi bambini nelle scuole statali. In pratica il ministero prepara gli insegnanti al linguaggio dei segni e noi i bambini all’inserimento nelle classi pubbliche. È un risultato importantissimo: dovete pensare che fino a poco tempo fa la cultura locale vedeva la disabilità mentale come una maledizione. Quando sono arrivata i neonati che non riuscivano a tenere il busto eretto erano considerati bambini-serpenti: per farli tornare a quel presunto e primo stato di vita i genitori li abbandonavano nella foresta o lungo le strade; in alcune regioni invece la levatrice preparava una bacinella fuori dalla sala parto e se il neonato era anormale lo affogava...».

«Oggi tutto questo mi sembra cambiato: per esempio, quando abbiamo annunciato che a quindici dei nostri bambini lo Stato dava la possibilità di frequentare la scuola pubblica, un papà ha preso la parola davanti a tutti i genitori e ha detto: “Quando mi sono accorto che mio figlio non sentiva e non parlava, pensavo che non ne avrei ricavato mai niente. Non l’ho ucciso ma l’ho lasciato vivere un po’ così... Poi al Centro don Orione ha socializzato con gli altri bambini e ha iniziato a comunicare meglio. Adesso che mi dite che mio figlio ha le capacità di frequentare una scuola statale come tutti gli altri posso dire di essere fiero del mio bambino”».

Di storie commoventi – che lei chiama miracoli – suor Giovanna in questi anni ne ha messe vie parecchie: ricorda ad esempio la vicenda di Alphonse, già orfano di entrambi i genitori morti per Aids, che – l’ultimo anno della scuola media – ha perso le mani per colpa dell’esplosione di una mina. Curato al Centro e aiutato dalle protesi, Alphonse ha ripreso gli studi, ha superato l’esame per il diploma e nel dicembre 2018 ha vinto persino la medaglia d’oro alla maratona di Abidjan. Un racconto di affrancamento è pure quello di Fanta che, nonostante la sordità, è riuscita a fare la maturità e a studiare come insegnante specializzata: adesso ha deciso di rimanere al Centro don Orione come professoressa per dare ad altri bambini sordomuti un’occasione di riscatto.

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