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Il mondiale dei senzatetto

Il sogno di stringere la coppa del mondo si è infranto anche per le ragazze della nazionale azzurra, uscite ai quarti dopo un torneo giocato da superstar. Sta però per cominciare un altro mondiale in cui tifare Italia: dal 27 luglio al 3 agosto infatti si tiene a Cardiff la Homeless World Cup in cui a sfidarsi sono squadre di senzatetto di tutto il mondo.

Lo strano campionato celebra quest’anno l’ultimo compleanno da minorenne, visto che nella capitale gallese si gioca l’edizione numero diciassette del torneo inaugurato nel 2003 a Graz, in Austria. L’idea di far scendere in campo poveri e barboni di tutto il mondo era venuta due anni prima al benefattore scozzese Mel Young, insieme all’editore Harold Schmied.

I due hanno creato una rete di associazioni nazionali che, oltre alle più classiche attività di sostegno alla povertà, si occupano pure di reclutare dalla strada futuri campioni. Per l’Italia, per esempio, lo fa l’associazione «Dogma Onlus» con sede a Milano. L’obiettivo della Homeless World Cup è però innanzitutto far cambiare vita ai senzatetto, insegnando loro fiducia, condivisione e disciplina, valori fondamentali nello sport: chi viene selezionato per giocare nella nazionale (in alcune nazioni i candidati – ahimè – abbondano…), infatti, si allena per un anno fino alla Coppa del mondo. Ogni edizione le formazioni cambiano (le regole impongono che i calciatori possano partecipare una sola volta), anche perché la posta in gioco è alta. I numeri raccontano una realtà nettamente positiva: tra chi partecipa al progetto, infatti, l’80 per cento ritorna a una vita normale e ad oggi un milione di persone hanno beneficiato nella pratica dell’iniziativa.

I senzatetto che arriveranno a Cardiff nelle prossime settimane sono 500, donne e uomini, provenienti da 74 nazioni diverse. Tra loro c’è anche l’italiano Michael Scorletti che ha spiegato: «Mi sono sempre isolato molto, i ragazzi che giocano con me invece mi hanno insegnato a uscire dalla mia solitudine e ora sento di fare parte di qualcosa di bello. Ho capito che è molto utile parlare dei tuoi problemi perché – se li tieni dentro – nessuno saprà che stai male».

Tra le belle storie delle vecchie glorie della Coppa del mondo c’è quella di Zamu Nabwami. La giovane ventisettenne ha partecipato alla World Cup nel 2016 ma fino all’anno prima non aveva mai preso a calci un pallone: «Originariamente – ha raccontato la ragazza – vengo dall’Uganda. Quando sono arrivata in Galles, volevo solo andare avanti. Pensavo che il calcio mi avrebbe aiutata, volevo farmi degli amici e in effetti nella squadra ho trovato un gruppo in cui sentirmi a casa, come se fossimo una famiglia. Grazie ai mondiali mi sono trasformata da una senzatetto a una studentessa che vive per conto suo».

Anche Wayne Ellaway – che oggi è il coach della squadra maschile di senzatetto del Galles – ha trasformato la sua vita grazie alla Homeless World Cup nell’edizione di Amsterdam: «Stavo per perdere la mia vita. Sono uscito di prigione nel 2013 e due anni dopo ho incontrato Ken Harris, il direttore di Street Football Wales che mi ha dato l’opportunità di giocare alla Homeless World Cup. Chi ha vissuto come senzatetto oppure ha abusato di sostanze per tanto tempo è un escluso dalla società e non ha alcun legame con gli altri. Sentirsi parte di qualcosa di reale – come appunto una squadra – mi ha restituito la dignità che fino a quel momento era sotto i piedi. Da quando ho cominciato a giocare con questo stemmino sulla maglia, ho sentito che anche io valevo qualcosa».

Foto da Facebook

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